Da : “ Marco Polo “  di  Maria Bellonci – editore BUR

“ Rustichello con la penna sollevata è già pronto ad interrogarmi : avete detto gengiskanidi di razza pura come se parlaste della discendenza da Carlo Magno.  Per poco non avete aggiunto un elogio come: grande e nobile signore.  

Le storie nostre, invece raccontano di un Gengis Kan crudelissimo, e delle ventate di massacro che hanno accompagnato le sue conquiste in Asia, in Ungheria, in Albania fino alle porte d’Italia “.

“ Mi è stato parlato più volte come tu mi parli, maestro Rustichello, anche a Venezia.  Certo la misura dei mongoli non è la nostra misura,  …. trascendono la nostra civiltà e ne indicano una diversa. Il loro governo non somiglia ad altri, ma ti posso dire che è un governo di leggi a loro modo giuste e leali.

Il grande sogno di Alessandro Magno solo per i mongoli è diventato realtà e il regno di Kubilaj Kan è un regno a suo modo esemplare.

Ed ora ti parlerò di Bekor “.
“Bekor dunque vide le nostre tavolette del comando (paiza) brillare al sole e ci ricevette nella sua grande yurta circondato dagli anziani e da tutte le mogli e …. ci offrì il  koumiss, latte di cavalla fermentato, di sapore aspro e forte “.

La fa facile, Marco Polo, la questione del koumiss.

Il ricordo mi porta veloce a quel tratto di Gobi sassoso che da Yolin Am passa per il villaggio di Bayandalay  e mira alle dune maestose di Khongoriin Else.   

Si era rotto il semiasse del Toyota modello 80.  Non proprio tutto il semiasse, si era storto un elemento interno, una sbarra lunga circa 50 centimetri.  Il mezzo era bloccato come uno yak zoppo in mezzo alla pista.

Tumur aveva stoppato un motociclista a cavallo di una Ural arancione modello anni ‘90, modello disprezzabile ai miei occhi (al contrario di quelle qui sotto anni ’60 spettacolare), e si era fatto riportare indietro al villaggio con la speranza di trovare un fabbro raddrizzatore.

Io son rimasto di guardia al Toyota ferito.  Sapevo che sarebbe stata lunga, ma non sapevo di essere parcheggiato non troppo lontano da uno stagno di acqua ferma e morta.  Me ne son reso conto appena il sole ha iniziato a calare dietro ai monti del Gurvan Sayhan.  Zanzare, plotoni di zanzare, battaglioni di zanzare.
Mi rifugio in auto, il caldo è da forno di pizzeria della riviera romagnola nel 1974, a luglio, quando i tedeschi avevano appena rubato il Mondiale a Cruyff e compagnia .

Che basette aveva Neskens!

Esco e mi lascio infilzare dai dipteri del Gobi, sconfitto.   Poi… una nuvola di polvere e il rumore di motore russo affaticato da una vita senza vedere una goccia di olio lubrificante mi annunciano l’avvento di quello che diventerà uno dei miei migliori amici nel Gobi. 

Dalla polvere emerge un satiro abbronzato e a torso nudo.  Capelli irti e dritti e infradito da spiaggia, appunto, romagnola.

Con gesti diretti e nemmeno tanto amichevoli mi invita a salire in sella con lui.  Gli dico che son a guardia della macchina.  Mi guarda e indica le mie braccia e il collo e tutto il resto ormai martoriato dalle zanzare . Lui non ha neanche una puntura nonostante le zanzare lo avvolgano. La spiegazione è semplice: i Mongoli delle steppe e del deserto, non quelli di Ulaanbaatar, sono provvisti di una pelle che è spessa come quella di un copertone.  La zanzara non può nulla contro questi pneumatici umani, io devo essergli sembrato  una mozzarella di Battipaglia o di Agerola se preferite.

Decido che peggio di così non potrà andare e lo seguo.  Saliamo in quota meno di 50 metri e un lieve venticello tira via tutte le zanzare, lì sono le sue ger (yurte ) e la sua famiglia.

Cena: bansh.  Mi è andata decisamente bene : sono paragonabili ai tortellini in brodo, per capirci.  Naturalmente con le dovute “diverse misure“.  Dieci punti in più  dei più famosi e grossolani buuz nella mia personale classifica gourmet.

Il dessert: kummiss ( airag ).    

Siccome sono ospite improvviso, quindi graditissimo perché portato dagli Dei, la mia porzione di latte fermentato di cavalla è pantagruelica.   Praticamente un secchio.   

Ricambio con cioccolato andato in anatessi (vedi semplice schema qui sotto)  causa calore e inizio a sorseggiare chiedendomi se non erano meglio le zanzare.  Arrivato il fresco della notte e finito il turno di lavoro delle zanza,  son tornato a dormire in auto per evitare che qualcuno nella notte la speronasse.

Farsi tamponare in un deserto mi sembrava eccessivo.

Il satiro desertico si chiama Sukhbolt.  Per me e tutta la mia Company diverrà Zanzaraman.  Conosco Zanzaraman da più di 10 anni, mi fermo spesso a salutarlo quando passo dalle sue parti, ha già cambiato un sacco di moto, ora son cinesi.  Le moto cinesi con dragoni volanti dipinti sul serbatoio son fantastiche per i primi 10 minuti.  Poi, il deserto le uccide.  Le moto russe saran state grezze, ma han servito per trent’anni o più .

Anche io non ho più i Toyota 80, siam saliti oltre il 100 di cinque numeri e adesso siamo a 200. Gran bel fuoristrada l’80 comunque.

No, non sponsorizzo Toyota.  Il fatto è che proprio un Toyota 80 rosso mi ha salvato la vita sulla strada tra Tunisi e Kairouan 1000 anni fa. Un autista di un camion Fiat mod.682 carico di mattoni sciolti pensò bene di addormentarsi e centrarmi.

Ma questa è una altra storia, un’altra misura.
Viva la Toyota !


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