“Non sapevamo mai che ora fosse, perché non volevamo saperlo. In certi viaggi bisognerebbe sempre lasciare l’orologio a casa; esso è un cattivo compagno che vi scoraggia mostrandovi quanto il tempo è lento a trascorrere. Noi vivevamo al di fuori dal tempo. Avevamo l’impressione di esser in marcia da un’epoca indefinibile: ciò abitua e rassegna“.  
(Barzini L., Da Pechino a Parigi – 96 illustrazioni fotografiche –reimpressione de La metà del mondo vista da un’automobile)

Spesso chi viaggia attraverso le piane ghiaiose del Gobi e ancor più in quelle del Taklimakan perde la nozione del tempo. È una sensazione quasi dolce da assaporare, il fuoristrada viaggia per ore e il paesaggio quasi non cambia. Se non fosse per la polvere sollevata dalla auto che precede sembrerebbe veramente di esser fermi, sospesi in un tempo non tempo. Kairos mi pare lo chiamassero i Greci antichi. Gente che sapeva nominare le cose, gente attenta. 

L’abbraccio ipnotico dei deserti apre la porta al sogno. Si possono fare dei sogni lucidi veramente belli quando si finisce in una sacca di tempo sospeso.  Alcuni riescono anche a trarne delle ispirazioni, convincersi di poterle applicare con metodo una volta rientrati, per poi dimenticare tutto nel giro di un paio di ore. 
L’unico che da Kairos non deve mai lasciarsi abbracciare è l’autista !  


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