Da : “ Marco Polo “  di  Maria Bellonci – ed. BUR

“ Una volta un mio amico Giulio, venne a chiamarmi di corsa perché era capitato  un mercante che aveva toccato la Persia e regioni più lontane e parlava di cose prodigiose : aveva incontrato i Mongoli.
Signori dell’Asia e li aveva visti cavalcare a grandi torme sui loro cavalli muscolosi traendosi sempre dietro una cavalcatura di ricambio”.

“ … la vita dei vinti non significava nulla per loro: tagliare membra, uccidere erano appena gesti, quando volevano essere clementi tagliavano un orecchio ai nemici.

Come sempre i mongoli chiamavano il nome di Gengis Kan, il re di quel popolo che aveva conquistato un impero a cavallo “.

“ … i quattro antichi cavalli di bronzo venuti più di mezzo secolo prima dall’ippodromo di Costantinopoli espugnata da Enrico Dandolo: tempi di gloria dura, testimonianza di genti che non conosceva né timore né nostalgia.
I cavalli stanno in alto, sulla facciata, non tanto in atto di dominare, quanto in atto di spiccare il volo.  
L’oro che li ricopriva pareva vivo.

E una volta che li vidi da vicino notai sulle groppe e sui fianchi onde di impercettibili segni, incisioni geometriche che sembravano scritture indecifrabili.

….. c’erano stati davvero i Polo oltre la Persia, oltre l’India fino al favoloso Catai.

Altro che tenebre, altro che vuoto, là esisteva l’impero più vasto che sia stato al mondo… “.    

È questo, a mio avviso, il punto di partenza del Milione.  La nuova consapevolezza donerà a Marco  libertà assoluta di pensiero, si libererà  dalle catene mentali imposte  da chi ha pensiero stanziale per proiettarsi verso lo spazio senza angoli.

Mi piace pensare che Marco, vecchio e prigioniero nei piombi genovesi non scriverà nulla, né detterà a Rustichello il Libro delle Maraviglie.  Serrato dai muri liguri che lo limitano fisicamente, semplicemente entrerà nel mood  di un bonzo del tempio di Gandan ed attiverà  il ricordo lucido che prelude al sogno lucido, chiamato da quelle parti  lo Yoga del Sogno.           

Emerge una serenità appena toccata da inquietudini dominate.

Perché la memoria splende, ma può pesare splendendo. 


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